Profilo di Padre Mario Gerlin

Pieve di Soligo 27.10.1919 - Belo Horizonte 27.02.1993

Tracciare un profilo di don Mario Gerlin non è cosa facile in quanto la sua figura appare molto complessa ed il suo percorso umano e spirituale non è stato lineare ma molto diversificato. A questo proposito risulta particolarmente illuminante il ricordo che il poeta prof. Andrea Zanzotto compagno di studi, amico d’infanzia ed estimatore di don Mario, ha proposto in occasione del 10° anniversario della scomparsa.

“Nella personalità di Mario si armonizzavano molte sfaccettature straordinarie. Egli aveva una forte capacità di organizzazione estesa a diverse attività ed insieme la fedeltà alla contemplazione, ed infine, importantissima, una spontanea e fervida capacità di scrittura”. Egli aveva sempre in mente gli ultimi e per questo ha voluto essere missionario in mezzo agli ultimi degli ultimi, gli hanseniani”.

Per meglio ripercorrere la straordinaria esperienza di don Mario è opportuno affidarsi ad alcuni cenni biografici.

Don Mario Gerlin è nato a Pieve di Soligo (Treviso) il 27 ottobre 1919. I tre fratelli minori di don Mario, all’età di sette anni, sono colpiti da una misteriosa e rarissima forma di paralisi progressiva, senza alcuna speranza di cura, e muoiono tutti all’età di circa quarant’anni.

P. Mario riceve un’educazione profondamente religiosa in famiglia e durante gli studi medi inferiori e superiori; ma, giunto all’età di 17 anni, come reazione alla gravissima disgrazia familiare, dichiara ai genitori di non credere più in Dio, e abbandona ogni pratica di pietà cristiana. Dopo aver conseguito il diploma magistrale e la maturità classica, si iscriveva alla facoltà di legge dell’Università di Padova, con l’intenzione di fare poi il giornalista. Partecipa alla Seconda Guerra Mondiale, come sottotenente di fanteria, e ritorna a casa nel febbraio del 1946; trova i genitori precocemente invecchiati e i tre fratelli con le gambe paralizzate; lascia gli studi universitari e si dedica all’insegnamento nelle scuole elementari.

Nel luglio del 1953, insieme a un amico, don Mario compie un viaggio in motocicletta attraverso la Spagna e il meridione della Francia, facendo una breve sosta a Lourdes; assiste alla processione pomeridiana col Santissimo e, spinto da una misteriosa e irresistibile forza interiore, si ferma per alcuni minuti davanti alla grotta della Madonna, chiedendole la grazia di credere in suo Figlio Gesù Cristo. Dopo tale esperienza, tornerà a Lourdes per nove anni consecutivi, come barelliere dell’UNITALSI. Infine, dopo lunghi anni di crisi spirituale, il mercoledì santo del 1955, durante un incontro serale con Don Giovanni Rossi, nella Cittadella Cristiana di Assisi, si converte e ritrova la fede perduta. Si sente subito attratto dalla spiritualità dei Piccoli Fratelli di Charles De Foucauld e, consigliato da Fratel Carlo Carretto, compie un’esperienza con loro in Francia, nell’estate del 1956; ma capisce che il suo posto, la “sua croce”, è di rimanere in casa, accanto ai suoi cari che hanno sempre più bisogno di lui.

Don Mario diventa vice sindaco della sua cittadina natale, nelle liste della DC, e sindaco nel 1960, rimanendo in carica per due mandati consecutivi, fino all’aprile del 1969, quando dopo aver frequentato per quattro anni l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dà le dimissioni per prepararsi all’ordinazione sacerdotale, che avverrà l’8 dicembre dello stesso anno, nella chiesa parrocchiale di Pieve di Soligo, dalle mani di Mons. Albino Luciani, Vescovo di Vittorio Veneto che il giorno successivo viene nominato Patriarca di Venezia: il futuro e indimenticabile “Papa del sorriso”, Giovanni Paolo I.

Nel frattempo muoiono i genitori e due fratelli; l'ultimo muore nel luglio del 1974.

Nel febbraio del 1970, don Mario parte missionario per il Burundi dove rimane fino al giugno del 1972, quando avvenne il terribile genocidio della razza Bahutu, e lì incontra per la prima volta gli hanseniani ("lebbrosi"), ai quali dedicherà poi tutta la sua vita. Rimane in Italia per un anno e mezzo, come cappellano della parrocchia di Lentiai (Belluno), e nel marzo del 1974, assieme al compianto dottor Marcello Candia, dopo un corso di preparazione presso il CEIAL di Verona (Centro Italiano America Latina) parte per il Brasile, e diventa il primo cappellano italiano della Colonia di hanseniani di Marituba, in Amazzonia, visitata poi da Papa Giovanni Paolo Il, nel luglio del 1980. Dal giugno 1977, è cappellano dei sanatori per hanseniani di Bambuì e Sabarà, nello Stato di Minas Gerais, dove sono internati circa 500 malati e un centinaio dei loro figli, dedicandosi, insieme alle suore Figlie di Nostra Signora del Monte Calvario, all'assistenza religiosa e sociale degli internati. Costituisce un Centro Sociale, formato dagli stessi ammalati e riconosciuto dallo Stato e, sostenuto dalla fedele e generosa collaborazione morale e finanziaria di molti amici italiani e di alcuni brasiliani, don Mario procede alla graduale trasformazione del vecchio e cadente ospedale del Sanatorio "Sao Francisco de Assis", a 7 km. dalla cittadina di Bambuì, in un complesso ospedaliero moderno ed efficiente di prevenzione e cura dell'hanseniasi (lebbra); promuove nello stesso tempo una campagna d'informazione, a livello nazionale, per far cadere definitivamente le barriere psicologiche e culturali della paura, dell'ignoranza e dell'emarginazione che ancora circondano "gli ultimi degli ultimi" cioè gli hanseniani, che ovunque non sono più considerati e trattati come gli altri uomini.

Il 5 dicembre 1984 don Mario presenta a Giovanni Paolo Il - durante un'udienza particolare, l'hanseniano Antonio Magalhäes Martins, costretto a vivere su una poltrona a rotelle, e autore del libro Dall'altro Iato della frontiera, pubblicato dalle Edizioni Paoline - 1984. Così suor Maria Tommasina Martino (1) descrive la personalità di don Mario “ho avuto modo di conoscerlo intimamente e da vicino, tanto da poterlo definire: un uomo intelligente, colto, intuitivo, dotato di capacità organizzative, politico, scrittore, amministratore, ascetico, contemplativo, caritatevole, oblativo, generoso, eroico, austero, un po’ prepotente e autoritario, che sotto l’aspetto un po’ burbero, celava un’immensa sensibilità. Non poteva sentir parlare di necessità che già stava provvedendo. Senza contare la sua preoccupazione spirituale e materiale per i “suoi malati”. Ha speso la sua vita tutta per loro. Negli ultimi giorni della sua vita diceva: “Se ho esagerato l’ho fatto per amore”.

Ci sembrano di particolare interesse alcuni passaggi della presentazione al libro “Il calice di don Mario – Le storie degli ultimi degli ultimi” da parte di dom Serafim Card. Fernandes de Araujo, Arcivescovo Emerito di Belo Horizonte, amico ed estimatore di don Mario Gerlin: “il fascino della persona e delle gesta di don Mario Gerlin è rimasto indelebile scolpito nella mia memoria. Al di sopra di qualsiasi altra dimensione, prevaleva in lui quella dell’uomo di Dio, totalmente dedito ai fratelli, soprattutto ai più piccoli e sofferenti di ogni genere. Costituisce così una sfida per me, l’approccio alla policromatica personalità dell’illustre figlio di Pieve di Soligo, cui sono stato legato da vincoli di stretta amicizia. Perché il Gerlin era un microcosmo che manifestava la multiforme ricchezza di Dio, il cui Spirito “soffia dove vuole” (Gv 3,8) e distribuisce i suoi doni a chi vuole e come vuole. Innanzitutto, don Mario è stato sempre un uomo di Dio, perciò, uomo di preghiera. I saluti iniziali nelle sue lettere ci fanno pensare a quelli di Paolo, ricolmi di azioni di grazie, di benedizioni, di esortazioni alla gioia che scaturisce da Dio. Era evidente la sua grande dimestichezza con le fonti della fede: le Sacre Scritture, la Liturgia, la Sacra Tradizione. Nemmeno gli erano estranei i Padri della Chiesa, i mistici, i documenti del Magistero, i quali spesso citava nel suo lavoro catechetico. Perché don Mario era un poco di tutto questo: catechista, mistico, teologo, maestro della fede, sempre aggiornato sui problemi della Chiesa e del mondo. Don Mario era pure Uomo di Chiesa. Amico di Papa Luciani e di Giovanni Paolo II, di Cardinali e di Vescovi. La CNBB – Conferenza Episcopale dei Vescovi del Brasile – ebbe in lui un consigliere autorevole e rispettato per la pastorale della salute. E come preparazione della Campagna della Fraternità del 1981, gli affidò l’incarico di visitare i 37 lebbrosari esistenti nel Brasile, con l’impegno di presentare una dettagliata relazione: don Mario adempie a questa missione con l’abituale competenza, quale un moderno Marco Polo al servizio del Vangelo, in un giro di 40.000 km attraverso l’hinterland e la giungla del Brasile, visitando quei 37 lebbrosari, con i suoi 28 educandari, i suoi 13.000 internati, e i suoi 1.700 bambini circa, tutto riferendo all’Episcopato brasiliano, con lo scopo specifico di promuovere una “pastorale della salute” in favore dei fratelli hanseniani. Era un uomo tutto dedito alla carità e all’amore “degli ultimi degli ultimi”, i fratelli diletti di Gesù. Per loro spendeva la vita, senza tempo per il riposo. A Suor Maria Carmela (2), che lo esortava a riposarsi, quell’uomo d’azione e lungimirante, organizzato ed instancabile, rispondeva: “Non posso fermarmi, avrò tempo di riposarmi in Paradiso”. Noi brasiliani, possiamo vantarci di aver avuto in lui il nostro Padre Damiano di Molokai, il nostro Apostolo dei Lebbrosi, quelli che don Mario, con immensa e materna tenerezza, chiamava “gli ultimi degli ultimi”. E, nel mettere a paragone questi due uomini di Dio e uomini di carità, non è affatto mia intenzione anticipare il giudizio prudente e sereno della Santa Chiesa, giudizio che, a suo tempo – il tempo di Dio – certo avverrà, ma voglio rendere omaggio alla memoria del virtuoso Sacerdote, che spese generosamente la sua vita in favore dei suoi amici hanseniani del Brasile, come una fiaccola che lentamente va spegnendosi”.

Tutta la sua corrispondenza con gli amici è sempre pervasa da un unico filo conduttore: l’amore e la dedizione totale e senza riserve per gli “ultimi degli ultimi”, la condivisione della loro sofferenza, la fede, la carità e la speranza vissute quotidianamente con eroismo, la certezza della risurrezione della carne, anche quella martoriata degli hanseniani, e la partecipazione alla comunione dei Santi. E’ stato un cantore ed un consacrato della Madonna, che ha accompagnato il suo cammino e gli ha manifestato alcuni segni di predilezione. A Lei si è affidato sicuro, scrivendo nelle sue ultime volontà “grazie Nostra Signora”.

A questo riguardo ci sembra doveroso citare il testo della lettera di Papa Giovanni Paolo II, che conosceva personalmente don Mario, in risposta all’invio del libro “Il calice di don Mario”: “Sua Santità ringrazia vivamente per il cortese omaggio e, mentre esprime apprezzamento per tale pubblicazione, che contribuisce a tener viva e a diffondere la memoria di Don Mario Gerlin attraverso le sue lettere dai Sanatori di Bambuì e Sabarà, in Brasile, invoca la materna protezione di Maria Santissima, di cui egli fu profondamente devoto, e di cuore invia a Lei ed ai soci la Benedizione Apostolica”.

Testo curato da Mario Gazzola per l’Associazione Amici di don Mario Gerlin.

Pieve di Soligo, 10 agosto 2005.

 

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